Le cronache di Marcolino su Luzer!#6

Nel numero precedente Marcolino, allo scadere del suo Erasmus a Lisbona, si accingeva a rispondere ad una proposta matrimoniale da parte di un ex modello…

Bisognerebbe che gli uomini, i quali le comprano e le uccidono, sentissero tutta la immoralità della loro azione, della loro parte di mercanti di schiave e ne provassero spavento. Bisogna salvare gli uomini

Anton Cechov

No, risposi. Perché per quanto adori essere l’esile e cenerentolosa Pretty Woman imparruccata, oppure la tata Francesca che porta sole e amore in buie dimore, o il Piccolo Lord che elargisce sorrisi in villaggi che navigano nel fango: in realtà quello che sono, purtroppo, non lo so. Lo stupendo uomo che è stato al mio fianco in quest’avventura lusitana, capì al volo: non era amore, ma un imponente martello. E frantumammo il muro, di quella stanza senza finestre: entrò la luce. Mi scagliai in essa, libero dai miei quattro straccetti colorati, previo aver salutato il tedesco dai piedi pelosi e la sconosciuta sedia di San Gens, dentro la chiesetta di Nossa Senhora do Monte. Intagliata nel marmo, si crede che lenisca i dolori delle partorienti. E come un bebè, esco rintronato dal bagliore: sono in Italia. La malarica quotidianità padana non mi stufa, forse perché frequento i vernissage della Signorina Hilton. Con la sua bionditudine m’intenerisce, per nulla superflua nel farmi sorridere. Mi slaccia da dentro un sentimento di paternità: proteggere l’unicità della sua nivea pelle. E poi i pettegolezzi con i miei angeli (Jessica Rabbit e le gemelle Olsen): intrappolati nella rete dell’Amore, per la prima volta da essi imparo. Mentre una sciccosa mercedes mi sorpassa in una lunga tangenziale, il mio corpo, che è sempre stato solo materia, si accorge del corpo altrui: del suo vibrare alle mie scosse telluriche. E mentre m’immergo nei libri, sento urlare una mia vicina di casa: massaggiatrice brasiliana, pluriaccessoriata, presta servizi con aria condizionata. Mastico un poco il suo idioma, che sputa con lacrime: una vita brutalizzata da padri di famiglia che trallaleggiano su di lei, problemi con carte, sguardi di disprezzo, una malattia nel sangue. Questo punto focale d’intere infelicità elenca la sua lista di errori, geme, quasi annega. Io, con gli occhi chiusi rivolti a occidente la ascolto ma, mentre un telegiornale si dimentica di informare, mi coglie il sonno: è triste, senza l’abbraccio del mio ex modello. Al risveglio, con fragole e latte, mi reco a casa di quella donna urlante. Mi auguro l’inizio di un’amicizia, la vedo già lavorare come indossatrice, con il suo stacco di coscia su patinate passerelle. Come il tintinnio delle foglie color albicocca pestate dall’autunno, mi ridesto dai miei deliri. Infatti la dirimpettaia col seno a punta mi rivela: l’abbiamo cacciata. Cosi io, senza drappelli o aggeggini vari, andai per le fredde strade a cercarla…

 

continua…

compendio del primo anno

“La sola storia vera è quella che noi inventiamo”

Libero Bovio

Tutto iniziò con del sushi, su piccole All Star e di un non meglio identificato schiavetto. Ci descrisse con incoscienza di quelle sue perversioni lasciandoci supporre, con le parole di De Sade, che forse non fosse tutto vero. Usò ironia, disincantato distacco: evitò erotismo da masturbazione. Condì il tutto con straziante tenerezza. Volle renderci partecipi di quel suo universo parallelo al nostro: entrambi girano e non si fermano, fissati con lo scotch a un dio che non ci guarda. Non per disinteresse, forse per vergogna o miopia. Il nostro antieroe vedeva la natura piena di personaggi ambigui, resi tali solo dalla sua percezione di piccolo borghese mascherato da trasgressivo trasgressore di leggi sociali comunque scioccamente sdoganate. Pantaloni in pelle, frigoriferi, accoglienza di se stessi lo portano a far pipì tra le tenebre. La notte: sembra la padrona della sua anima. Lei avvolgente, rassicurante, sempre piena di insidie in mezzo a magazzini industriale poco colorati. Lui sentiva la vita, strisciando tra le pieghe del buio. Lui per sentirsi vivo, leccava le rughe del buio. E conobbe lo scambista, proprio in quei luoghi d’ombra. Con l’immaginazione creò un quadro di Van Gogh che divenne cornice a quell’evento di eccezionale grandezza. Loro parlarono e Marcolino -kafkianamente vestito di rosa- pendeva dalle labbra di un uomo con un’esperienza di vita particolare: unica nella sua onestà. L’amore si poteva leggere in quell’iride bruna. Un amore di cui nessuno ci ha mai parlato: censurato a causa della vigliaccheria avvinghiata alla pelle umana. La notte fu illuminata dalla luna bianco latte e Marcolino non ebbe risposta: solo una domanda, consapevole che anche le elezioni presidenziali sono un’illusione. E venne il viaggio verso Lisbona. Su un fantasioso pulmino arancione. Ci narrò delle sue ansie, svelò un passato fatto di mediocre bontà infantile. Non ci diede spiegazione del cambiamento simboleggiato da anfibi neri. Pare che egli abbia come amici degli Angeli, che si stritolano lo stomaco per capirlo e palesare il suo essere complesso in parole umane. E colorò le rime di Speranza e Solitudine: come due sorelle, forse banali dee del suo io. E cosi tutto per lui era privo di valore, dopo aver vissuto ai mille all’ora, essersi abituato a farsi strada con unghiate per le stronze vie del mondo. E ritornano le marroni paranoie, lo legarono con manette tutte interne al suo cervello. Marcolino non si spiega mai, lascia intuire. Getta solo sassi di poesia. Con lui tutto sfugge. E col bofonchiare dell’autobus arrivò a Lisbona: l’aria diversa, l’oceano. Le paure sparite, sparse dal vento (altro elemento ricorrente nella sua vuota e sempliciotta poetica). Le case e il respirare all’aria aperta. La notte scompare. Lui si apre alla realtà: non al suo mondo modellato dai sue vocaboli. E’ Il sole che illumina ora le sue parole, piena di libertà e di corse per le vie. Amici tedeschi immaginari che forse reali sono, avventure in solitudine. Stavolta non dentro un costipante autobus, ma con lo sfondo di una città eccezionale. Lisboa dipinge gli occhi di raggi gialli, saudade che tradurre con malinconia non è mai sufficiente. Sbattuta nel culo di un’Europa malefica, questo collinoso ammasso di casettine fatiscenti, i barboni, i dolci, Dio, il sangue, i sentimenti, la morte: rifletteva su questi temi, indagando le sue famosi difficoltà interpersonali. E fu rapinato. Di notte. Ritorna questo momento del giorno lugubre. Cosi il nostro paladino dei viziati disagiati lo immaginiamo camminare spaesato, privo di quella speranza che tanto ha lodato. A salvarlo arriva Maria La severa: ovviamente una puttana. In mezzo a spacciatori e puzza di miseria – avvicinandosi a criticare governi senza farne nome – Lei gli indica la via, per trovare l’ex modello. Qui riassumo e non tanto per non annoiare il vorace lettore che sta succhiando dentro il suo cervello questo righe, ma perché gli abbracci quando l’alba è azzurra, vanno tenuti tutti per sé. Sta di fatto che l’affetto, la fiducia, l’essere accompagnati per il globo senza timore: Marcolino in quella casa in parte a un cimitero trovò tutto questo. E allora, con la calma tipica di una Lisbona indietro anni luce da una Milano corrosa dagli I-Phone, vide quell’ex modello. Non solo nella sua bellezza raggiante, nella sua forza, intelligenza, ma lo osservò per intero: lo capì come essere umano. Questo scostumato giovane, di cui siamo abituati a leggere le novelle, sopportava i suoi difetti – come quella volta che urlò pieno di rabbia perché Marcolino cambiò canale durante l’Eurofestival – anzi lo facevano sorridere, lo rendevano partecipe della storia di vita di quell’uomo, con esigenze tutte sue. Si preoccupava per lui, con gesti di disinteressato generosità, shakerata al suo innato egoismo. Com’era cambiato, questo ragazzetto: da avere uno schiavo a quasi comprendere l’essenza di un altro di fronte a lui. La strada da farsi era ancora tutta in salita: ripida, piena di sassolini stronzi che ti fan sanguinare i piedini. Ostacoli a iosa, dolore, mettersi in giochi davvero. E cosi questo compendio volge al termine, mentre l’ex modello chiede a Marcolino: “Mi vuoi sposare?” e il nostro campione di prodezze erotiche si accinge a rispondere… Le cronache di marcolino da Ottobre su Luzer!

Pubblicato in: on 18 Settembre 2009 at 3:39 PM Lascia un Commento
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io e la Pausini

“Erano i capei d’oro a l’aura sparsi…”
F. Petrarca

Nel mentre ero immerso nello studio di Gozzano e le sue aspirazioni ad un matrimonio borghese con la Signorina Felicita appare – connessa certamente all’argomento del mio apprendere – La Laura Pausini. Sono nel mio salotto decorato da due divani, seduto su una sedia, sul tavolo libri e appunti se ne stanno sdraiati in attesa di essere capiti: Laura è di fronte a me, con i suoi chili di troppo. E’ genuina, sorridente, mi guarda colma di curiosità vera. Gli occhi le brillano e pare quasi che i Grammy Award da lei vinti non abbiano alterato la veracità con la quale è venuta al mondo. Ci inseguiamo con lo sguardo, io poco stupito dalla sua presenza, consapevole che nel suo manifestarsi è venuta in mio soccorso. Soccorso per cosa?.

Marco se n’è andato e non ritorna più inizia a cantare, in riposta alla domanda che non le pongo. Provo timore, sentendo musica pop giungermi al cuore. Sto affogando in questa melassa diabetica. Con uno sguardo di fuoco provo a incenerirla,  Hai gli occhi di bambino un poco timido, mentre mi accarezza i capelli, mi prende per mano. Il ritornello della sua Solitudine lenisce la mia. Ma per poco. Interrompo il suo canto, avvicinando un dito alla sua boccaccia emiliana. Ci sediamo sul sofà, non più nel mio soggiorno, ora nel cielo. Sono colto dall’imbarazzo. Non tanto perché La Pausini è in parte a me e si toglie la lattuga dai denti, ma perché lei, attraverso quel pop dozzinale, ha sempre espresso le mie verità profonde. E’ tutta presa nel levarsi i sandali scomodi e, mentre si taglia le unghie dei suo piedoni, la mia mente vola, come il mio divano, nella volta celeste. Mi catapulto in quel passato volutamente dimenticato. Dove vidi la bellezza mentre autoscontri, luci al neon, zucchero filato divenivano radiosi con la voce di Laura giuro che ti sposerei. E il mio cuore sembrava ancora che battesse. In un autunno, in un piccolo paese, la nebbia, le foglie che scrocchiano quando le tocchi. Quell’arancio particolare, il tristo grigiore delle nuvole, l’aria fredda: per me la vita iniziò nella stagione che si apre alla morte.

La Laura ora è intenta a osservare il mondo, dall’alto del nostro divano. Non parliamo, ma è come se i miei pensieri ondeggiassero pure nel suo cervello. Lei rasenta la scemenza, ha un atteggiamento puerile, cosi sciocco. E’ piena di un inutile allegria forse dovuta a dei problemi di apprendimento, ma dai suoi occhi vedo che lei mi capisce. E’ come una bambina viziata, superficiale, che gioca con le nuvolette bianche, ma lei ha compassione di me. Ci sorridiamo spesso in questo viaggio nell’alto dei cieli.

Fidati di me, ho sbagliato anch’io,  quando per paura non ho fatto a modo mio Quando il mio gusto personale approvava la Pausini, quando credevo alla serie di cagate neo melodiche che propinava, io sapevo amare. Mi ricordo tutto. Mi son fermato su quella salita, a destra l’acquedotto di cui, però, mi sfugge il colore. Rosso? E poi i campi dove l’estate, in quell’anni, era divertimento, emozioni sulla pelle. Sentirsi parte di un organismo ben oliato, che gira: forse la vita. Erano brevi attimo, ma ancora oggi, con Ungaretti che mi aspetta sul mio tavolone in noce, donerei al suolo il mio futuro per vivere ibernato in dieci secondi del mio passato. E’ che si era giovani, che la propria vita, quelle campagne, i nostri rapporti, si aprivano come fiori al mondo. Inconsapevoli che nel poi non avremmo mai più provato tanto. E una vita sola non può bastare
per dimenticare,  una storia che vale
. E la Pausini mi fece emozionare con queste parole, quando la luce dell’estate venne oscurata dal buio adolescenziale. E cosi fu tutta una fuga, da quel Marco che se ne è andato e non torna più. Un corri corri che mutò per sempre quel ragazzino, di quel paese.

Ed ora, La Pausini mi guarda, mentre atterra il divano davanti alla mia casa. Mi stringe la mano. Sorride.  Sta per andar via. La fermo, il suo vestito viene mosso dal vento. La bacio e lei si dissolve nel nulla. Avrei voluto dirle che ora sublimo tutto dentro le rime, avrei voluto dirle che, per quando aneliti pure io alla Signorina Felicita, io non potrei mai – e  glielo dico col cuore tra le mani, mentre la mia vicina con le tette a punta stende il bucato – rinunciare a scopettoni e forbici. E  vedo la via di fronte a me, vedo persone che mi amano, vedo il passato che ho reso mito per potermi cullare quando il mondo fa male. E mi sento un po’ anch’io come La Laura Pausini. Un po’ come tutti voi: con un emergenza d’amore che sia però un canto libero verso il mare, con un fascino per l’autonomia e per la propria prospettiva di sé.

Pubblicato in: on 15 Agosto 2009 at 12:02 PM Lascia un Commento
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I miei piedi

“Io guido sempre scalza, ai miei piedi non piace essere confinati in niente”.

Charlize Theron

I miei sandali ricoprono i miei piccoli piedi che si arrampicano per le farinose straducole di una campagna aspra.  Quei sandali, ribellione all’immagine, confermano la mia ossessione per l’immagine.  Ingabbiati, i sostegni del mio corpo con cinque dita ricamate all’estremità lacrimano – pieni di solitudine. Disperati, singhiozzano: presi da fitti crampi si muovono spasticamente, si aggrappano all’erba, mentre il mio corpo li accompagna in una nuova maledetta avventura. I miei sandaletti si uniscono al loro calvario, in un abbraccio che non vede più nessuna via di fuga. I miei piedi (con le unghie curate, i calli raschiati via), in queste righe che scoppiettano di feticismo, smettono di non volersi più lamentare, ma digrignano con le dita rosa tutta la rabbia sotterrata, l’ermetica mancanza di un mondo origliato attraverso specchi di cristalli puri, liquidi. Quelli che per molti sono solo un feticcio, riescono a raccontano il baricentro delle mie idiosincrasie, di quella montagna di errori poi divenuti orrori che ho accumulato e accalappiato nel corso del cammino. Soffrono e si fermano,  dando notizia di quello che io per pudore non riesco a raccontare. Queste pezzi di carne dalla forma di una scarpa sono più veri di me e radono con forza la siepe che ho fatto germogliare. Eretta per evitare lamentele rosate, sterili, imperiture. Volevo vivere nel sole, mi cinsi di poesia per evitare i cupi nuvoloni proveniente da oriente. Sotterrai i cirri in un buco nel bosco, ma i piedi sono vicino alla terra, e sentono tutto. Ed ora mi ricordano, d’un tratto, quell’amaro groviglio di mattonelle sbattute addosso al mio cuore. Quello che voglio, io l’ho già avuto. Fa male averlo perso. Oggi mi lamento. Oggi voglio permettermi il lusso di non lasciare solo frignare i miei delicati piedini da fate. Mentre il mio cane fa la cacca in un campo, quando degli uccelli candidi volano, io esprime tutta la mia impossibilità di fuga: annullo tutta la speranza in cui ho sempre creduto. Mi getto nel terriccio marrone, tra i sassi grigi, urlo. Mi rotolo, strappo le vesti, mi incazzo contro la mia illusa speme: nulla cambia, sempre relegati dentro i sandali staranno i miei piedi, sempre incatenato a questi circuiti starà la vita. Esprimo tutto quel vomito inespresso, sbavo la distruzione, rasento e sorpasso la pazzia. Inizio con banalità adolescenziali: “perché non me ne va mai bene una?”, “perché capitano tutte a me?”, “perché Loro sono felici, e io no?”, “Perché non riesco ad essere felice?”, “Perché sono tutti cosi stronzi con me ed io invece sono sempre cosi buono e tutti me lo mettono nel culo?”. La ratio confuta una ad una questi sciocchi assiomi, ma li accarezza pure, felice per una volta che essi vengano a galla. Non solo occultati dietro senile maturità. Continuo la danza macabra, la puerile disperazione partita dai piedi e su su su, in tutta la mia struttura. Guardo all’orizzonte dove costruiscono altre case.  Non so davvero cosa fare. Provo schifo per tutto. Ho la fede. Anzi,  MA ho la fede. Una fede che fa rima con certezza. Io la odio perchè mi dilagna avere la sicurezza, mai confermata dall’esperienza,  che domani i miei piedi cammineranno di nuovo verso il sole.

Pubblicato in: on 9 Agosto 2009 at 7:23 PM Lascia un Commento
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il piccolo borghese è li con voi

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Pubblicato in: on 8 Agosto 2009 at 6:16 PM Lascia un Commento
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Il prosciutto della Paradiso e la gente che si taglia

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“Anche nel dolore v’è un certo decoro, e lo deve serbare chi è saggio”

Seneca

Nuda, camminava con un paio di stivali bianchi – laccati – per la discoteca. In mano un prosciutto di plastica, sulle tettine finte un cerchio glitterato color oro. Sugli occhi un paio di occhiali a mascherina, fuori moda, un sorriso sulle labbra e il sedere ancora in buono stato nonostante avesse passato i cinquanta anni. Le battute volgari, dalla risata facile, si sprecava tra le luci, e Lei si comportava, sveniva, urlava, eseguendo alla perfezione le nostre aspettative. Lei non si divertiva. Lei avrebbe voluto solo piangere e non per lavoro, non per portare a casa la pagnotta, ma per mostrarsi come è davvero, aldilà dei suoi impeti antipapisti. Si fumava una sigarettina fine fine, come quelle delle signore bon ton e una lunga collana di perle di plastica rifletteva il mondo: perle ai porci, mai frase fu più appropriata. Lei, che leccando ani nell’Eros show di Viareggio fa giungere i Carabinieri, Lei, porno star: assurdamente estranea a qualunque tipo di erotismo. Poi ad un tratto, la musica di scarsa qualità ( “Mi piace grosso grosso grosso”) cambia e, come sottofondo la voce floscia e sensuale di Patty Pravo (“E io verrò un giorno là, ci daremo la mano e poi mai più ti lascerò, voleremo davvero!”), ci incita a starci vicini a vicenda, noi “froci”: sempre vittimisti, ma anche sempre discriminati se non corrispondiamo ad un vago modello di sobrietà che permette comunque l’esistenza della papa-mobile. Ci parla di quella trans che si uccise, e io capii che in quel momento, Lei forse non mentiva. Se la rivoluzione può passare anche attraverso Maurizia Paradiso ne dubito. Sta finendo il tempo in cui l’estremo, l’essere al di sopra delle righe, può portare davvero a qualche risultato. Noi vinceremo legando l’onestà ai nostri polsi, vivendo come meglio si crede, parlando di noi, di quelle scosse che attraverso il nostro cuore: e non solo – citandola- di “quella lesbica che mi leccò la figa in treno”.  La notte seguente, in una Brescia che arrivò a ricordarmi le periferie di Berlino, andai in un nuovo locale. Un banale Iggy Pop come colonna sonora: anche questo garage eseguiva a pieno le nostre aspettative. E lo spettacolo, gente che si tagliava, uno mangiò un bicchiere, quell’altro- tutto tatuato – si fece mettere due ganci all’interno della pelle, dietro le spalle e, pian piano, si fece alzare, con una carrucola legata al soffitto, verso il cielo. Questo corpo, pure lui nudo, con degli uncini inseriti nella carne, volteggiava entusiasta. E poi quell’altro tizio, con un altro uncino sbattuto nel mezzo del petto, mentre uno spettatore – tutto sorridente- lo tirava con una bianca corda. Cosi mentre questo ragazzo veniva tirato, mentre la cicca sul torace si tirava e poi il sangue che colava, io vidi un’eccitazione, un senso di Eros sottile,  che in Maurizia Paradiso mi sfuggì. Sono possesso di una certa conoscenza – diretta o meno – di sangue, vita, dolore, sesso, cose estreme. Fa curriculum, si direbbe. Come ci sentiamo fighi a superare le soglie dell’illecito, della legalità, della morale borghese. Niente di male in tutto questo, figurarsi: l’ho fatto pure in passato e lo farò ancora sicuramente. Ma nell’onestà assoluta: il provocare non ha alcun tipo di valenza sociale, è solo una terapia per noi stessi, una nuova foce, un punto dove sbattere il nostro dolore. Ma mentre una ragazza – che poco prima si era fatta incappucciare, stringere le mani in manette grigie e tagliare la schiena con pezzi di vetro –  baciava piena di alcool il suo uomo,  mi è venuta voglia d’amore.

Immigrazione nel Decreto Sicurezza

Il fulcro, almeno sul fronte dell’immigrazione, è l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale in Italia che verrà punito con una multa compresa tra i 5mila e i 10mila euro. Le espulsioni diventeranno più veloci, anche perché si potranno accompagnare i clandestini alla frontiera anche prima che arrivi la convalida da parte di un giudice. Dopo mesi di proteste, sono sparite le norme che permettevano ai medici di denunciare chi si cura negli ospedali e ai presidi di chiedere il permesso di soggiorno a chi iscrive i figli a scuola. Ma dal momento che la clandestinità diventa un reato, c’è il rischio che in tutte le altre situazioni si scateni una corsa alle denunce: anche chi non sopporta la badante irregolare della vicina potrebbe ad esempio rivolgersi alla polizia. Del resto, tranne che negli ospedali e nelle scuole, il permesso di soggiorno diventa indispensabile per accedere ai servizi pubblici e per tutti gli atti di stato civile. Secondo molti, questo impedirà ad esempio alle mamme irregolari di riconoscere i loro figli, ma il governo ribatte che chi partorisce in Italia ha diritto a un permesso temporaneo e quindi il problema non si porrebbe. Viene poi di nuovo prolungato da due a sei mesi il tempo massimo di permanenza nei centri d’espulsione. Le proroghe saranno autorizzate dal giudice di pace quando il cittadino straniero non collabora, oppure se non arrivano i documenti necessari all’espulsione dal Paese d’origine. Naturalmente, si potrà essere rimpatriati anche prima che scada la proroga. Occhio poi ad innamorarsi in Italia. La legge vuole contrastare i matrimoni di comodo (quelli fatti solo per regolarizzarsi, spesso a pagamento) e così prevede che per sposarsi qui i cittadini stranieri debbano esibire il permesso di soggiorno. I fidanzati sono avvisati: se vogliono coronare il loro sogno devo affrettare i preparativi delle nozze e dire sì prima che entrino in vigore le nuove regole. Nel tentare di fare terra bruciata intorno ai clandestini, sono stati anche confermati i tre anni di reclusione e la confisca della casa per chi dà alloggio a pagamento, “per trarne ingiusto profitto” a immigrati irregolari. La condanna scatterà però solo se questi sono senza permesso al momento della stipula o del rinnovo del contratto d’affitto Infine, diventa molto più difficile, per i clandestini, mandare soldi a casa. Gli sportelli di money transfer dovranno infatti fotocopiare il permesso di soggiorno dei loro clienti e segnalare alla polizia quelli che non lo hanno. Inutile prendersela con chi sta dietro lo sportello: se non fa così, rischia di perdere la licenza. La nuova legge sulla sicurezza appena approvata il 2 luglio dal Parlamento colpirà soprattutto chi è senza permesso di soggiorno, ma renderà più difficile (e costosa) anche la vita degli immigrati regolari. Quanti chiedono il permesso di soggiorno dovranno sottoscrivere un “accordo di integrazione” che li impegna a rispettare la Costituzione italiana e a partecipare alla vita economica, sociale e culturale italiana. Ognuno avrà un punteggio, che diminuirà se si comporta male (le regole da rispettare non sono state ancora decise): chi esaurisce i punti, perderà il permesso e verrà espulso. Chi chiede o rinnova il permesso di soggiorno dovrà pagare, oltre ai 70 euro che già versa oggi, una nuova tassa. L’importo preciso sarà fissato dai ministri dell’Economia e dell’Interno, ma dovrà essere compreso tra un minimo di 80 e un massimo di 200 euro. Sarà esentato solo chi chiede un permesso per asilo, per protezione sussidiaria o per motivi umanitari. Che fine faranno tutti questi soldi? Per metà andranno a finanziare il Fondo statale per i rimpatri dei clandestini, e poco importa che questi non hanno nulla a che fare con gli immigrati regolari. Il resto andrà al ministero dell’interno, e la speranza è che serva almeno a migliorare l’efficienza della macchina burocratica che gestisce il rilascio e il rinnovo dei permessi. Dovrà aprire ulteriormente il portafoglio chi chiede la cittadinanza italiana, che con la nuova legge dovrà versare un contributo di 200 euro. Ci vorrà anche più tempo per conquistare la cittadinanza dopo aver sposato un italiano o un’italiana: la domanda potrà essere presentata due anni dopo il matrimonio (tre per i residenti all’estero), e non come ora dopo appena sei mesi, ma i tempi di dimezzeranno se ci sono figli. Diventerà anche più difficile chiedere la carta di soggiorno o, come si chiama ora, “il permesso Ce per soggiornanti di lungo periodo”. Il ddl sicurezza prevede infatti un test obbligatorio di conoscenza della lingua italiana, anche se ancora non si sa quanto bisognerà essere bravi, perchè saranno i ministeri dell’Interno e dell’Istruzione a definire i dettagli della prova. Inoltre alcune novità, come ad esempio la tassa sui permessi o il test per la carta di soggiorno, dovranno essere regolamentate da altri decreti e quindi i tempi si allungheranno ulteriormente.


Pubblicato in: on 24 Luglio 2009 at 7:26 AM Lascia un Commento
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Il ritorno

“La rivoluzione non è questione di merito, ma di efficacia, e non v’è cielo. C’è del lavoro da fare, ecco tutto.”   Jean-Paul Sartre

E decidendo di lasciarvi sospesa la risposta alla domanda di matrimonio che mi è stata posta, ritorno in l’Italia. Ritrovo nella mia patria i soliti suoni, le perpetue tangenziali a più corsie dove pazze Mercedes sorpassano Punto azzurre. Il mio domicilio è rimasto inalterato, il mio giaciglio ha un dolce profumo al quale mi ero disabituato: il giorno dopo è ormai ruotine. Qui nel cuore di una Padania fomentata da ronde, leggi sulla sicurezza che sbatte nel terrore cieco quella mia bionda vicina che viene dal più lontano est, in questi mesi hanno costruito case che non mutano il panorama di lerciume forgiato. Tutto è identico. Se il mondo esteriore è la copia esatta di quel passato a cui sfuggii, io internamente reco i non-segni dei 6 mesi di lontananza. Non segni, appunto, in quanto ormai quello che successe sta scomparendo: le religiose visioni, il collage donatomi dal tedesco con i piedi pelosi, il momento in cui mi rapinarono, quella mattina all’alba aspettando l’autobus nella lunga Rua da Escola Politecnica mentre il parrucchiere brasiliano si era dimenticato di definirmi prima persona poi corpo. Queste avventure (Fatima e la cacca nel pisciatoio, le dolce parole di Nora, l’odio della gente di Benfica espresso nel gioco “lancia frutta al frocio”) mi pare ormai di non averle fatte mai e quell’uomo che l’ultima notte mi presa dal suo divano e mi portò, attraverso l’azzurra luce dell’alba, nel suo letto, si sta riducendo ad essere pure lui puro aneddoto, infilato nella serie di uomini speciali che hanno cambiato la mia visione del mondo. Il dramma è che non posso farci nulla: tutto sta sfuggendo ,centrifugato nella tempesta del tempo, degli esami, della malarica vita quotidiana. Però, a volte, un certo malessere mi sboccia da dentro: un urlo silenziosamente lacerante che non ebbi sentito mai. Un dolore nuovo, con sfumature di prigionia. Non sopporto più quello che prima sopportavo poco, non tollero il vuoto che esce dalle labbra di sub umani tutti fieri ed impettiti. E’ uno strappo pieno di sangue e nel frattempo il mio spirito vomita il mio intestino. Dopo aver vissuto con quell’uomo che di me si prendeva sulle spalle le feci e la volgarità, ora passare il tempo legato a rituali familiari mi fa perdere il senso della vita stessa. Come eredità di Lisbona mi sembra di essere portato dietro questa mortale ulcera e nulla più. Dov’è il metro di misura? Lisbona non mi ha lasciato niente? Oppure mi ha cambiato cosi tanto che i miei ricci capelli si imbiancano al sol pensiero della mutazione che sta avvenendo? E Quando finirà questa lotta tra il capire chi si è, il dove si vuole andare e un mondo dove i bambini muoiono di fame? E poi, senti che il punto focale di questa guerra qui è la riconquista della persona umana. Queste riflessioni hanno preso forma in quelle scalinate di Lisbona. Con passo lento, camminavo, da solo riflettevo. Tutto quel vuoto intorno non ti può che rendere più insopportabile la demenza umana e, stà qua la grande novità, tramutare insorrisi di fate le risate con persone amate davanti a bar sulle rotaie dove ogni martedi ci ammassiamo e dire come pecore è poco. E cosi, si cambia: prendo i libri e inizio a studiare come non ho mai fatto, per prepararmi alla rivoluzione imminente.

Pubblicato in: on 21 Luglio 2009 at 2:26 PM Commenti (1)
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Le cronache di marcolino n. 5 su Luzer!

Nel numero precedente Marcolino, scostumato studente Erasmus in quel di Lisbona, correva in preda a raptus di felicità per le strade…

Le cronache di Marcolino@Lisboa

Negli  anni siamo stati sopraffatti dalla paura. Esiste unevidente politica del terrore e che esso sia un sentimento cosi forte da  smuovere l’ elettorato è fuori discussione, ma a cosa si mira? Qual è il disegno ultimo immaginato?” Sofia Lotrabe  12-3-2009

Correndo arrivo nel centro di Lisbona, la Baixa. Mentre il buio violineggia con questo reticolato di vie, oscure presenze mi circondano. Un attimo veloce come la carità e sono a terra, con le tasche vuote, senza la mia fidata postepay. Mi rialzo solo fisicamente e, trattenendo un maremoto che mi esplode dentro, scruto la chiesa di São Domingos cercando una mano dal cielo, che non sento. Questa città si trasforma nella roccaforte di una tribù omofobica e provinciale, nel culo dell’Europa. Qui, al più debole tirano nespole e io allontano il vittimismo rispondendo con un rivoluzionario sorriso. Inizio a cercare un lavoro per il mio sostentamento, ormai ridotto a riso e improbabili sigarette chiamate Kentucky. Mi imbatto cosi nell’Avenida Almirante Reis, il bronx di Lisbona. Alla mia destra un giovane si spara una dose, alla mia sinistra un poliziotto controlla il traffico. Giungo a Martim Moniz, centro nevralgico dell’immigrazione illegale. Tra casupole rette con lo sputo e grossolani edifici dai vetri riflettenti mi butto nel quartierino Mouraria. Tra il puzzo di vita e mosche infette, è il luogo più appropriato per essere nuovamente derubato. Con arroganza, rischio tutto e alzo lo sguardo. La casa di Maria la Severa è lì. La leggenda vuole che sia stata questa procace prostituta a creare la musica lamentosa e nobile del fado. La sento vicina, quasi la vedo, mi benedice e, tra ciarpame senza pudore, mi porge una copia del Diário de Notícias. Un annuncio mi colpisce: un ex modello è alla ricerca di una colf. Il bisogno mi spinge verso la sua dimora, di fianco al Cimitero dei Piaceri. D’intuito si capisce come la morte possa essere paragonata ad un appagamento; dall’altro canto risulta più complesso narrarvi i fatti che seguirono. Ogni lunedì iniziai a prendere domestichezza con guanti gialli, un aspirapolvere che minacciava di risucchiarmi e una nuova perversione: l’affetto. Prima avevo nozione solo di un precariato emotivo, ma l’ex indossatore mi donò occhi per vedere la razza umana e braccia per reggere la mia inquietudine. Gli parlavo di me, dei miei colloqui sopra gli alberi con uno stregone e della Madonna di Fatima. Il focolare domestico non mi spaventa più e inizio a sentire mostriciattoli che si muovono nel mio petto. Lui mi stringe e, guardando la pacchiana statua del Cristo Rei aldilà del fiume, penso all’Italia: i nomi dei colpevoli li conosciamo, ma preferiamo, egoisticamente, un abbraccio. Ci baciamo e, con un sorriso, mi offre un viaggio a Madrid. Capisco le sue intenzioni matrimoniali. E mentre i miei occhi riflettono una Lisbona maledetta e fiammeggiante, mi accingo a rispondere…

continua…

Pubblicato in: on 2 Luglio 2009 at 10:42 AM Lascia un Commento
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um dia eu voarei longe ( un giorno volerò lontano)

“- Peter: Vieni con me!

- Wendy: Io… non so volare.

- Peter: Te lo insegno io e ti insegno anche a cavalcare i venti e via che si và…”

James Matthew Barrie,  Peter Pan

One day I’ll fly away”, cantava nel lontano 2001 la algida e ora botolinata Nicole Kidman nel film Moulin Rouge. Il volo: banale metafora della libertà. Ma è proprio in questa pedestre immagine che la mia emancipazione si attua. Un volo a Madrid, da solo: come nulla fosse nella Chueca, barrio madrileño. In un pavimento a scacchi in un baretto la gente getta a terra sigarette e carte: tutto sporco, i camerieri intenti puliscono. L’immensità di questa capitale la si respira dalla non presenza di aria nella metropolitana, cosi diversa dalle minuscole 4 reti della mia cara Lisbona. Due giorni forse sono stati pochi per capirne lo spirito e le celeberrime tapas non sono neppure questa cosa entusiasmante. Neppure le piccole discoteche nella Chueca, i bagni lerci, le tante etniche, vedere il Guernica di fronte agli occhi, straripanti sonno. Dove si è infilato il ragazzino che apriva la boccuccia davanti a tutto? Timoroso non di dio, ma delle grandi piazze, come Porta del Sol e poi verso tanti El corte inglés (grandi magazzini spagnoli) tutti in fila come un plotone d’esecuzione. Crescere vuol dire lasciarsi sfuggire quella parte che galvanizza il nostro corpo, vuol dire abituarsi a gente che vomita in discoteca, ti sporca il braccio ed incastra il tuo amico nel pisciatoio?. Tutto il mondo è paese e Lisbona, come Madrid, come Brescia, vivono del divertimento altrui. Sono un uomo di mondo in un contenitore insicuro. Certe cose non mi toccano e non mi stupiscono più, ma altre, invece, sono nuove, e camminare per la strada con lui, attraversando quella lunga salita verso Campo Martires de la Patria, urlare “Thomas” nella sua stretta via per farsi aprire, sentire il citofono, fare le scalette di legno… E in casa, sempre calda, stesi sul divano. E ritornando al comune tropo iniziale  so che ho aperto le ali, non in certa della libertà ( essa è in me e mi da ossigeno per respirare), non alla conquista di notti scure o di saune. Ho  volato in questo gioco in cui il simbolo è reale, ma che mi imbarazza soprattutto. Troppo consueto usare il termine volo, ma questo è cioè avvenuto. Ho planato, sono atterrato e ti ho trovato.

Pubblicato in: on 4 Giugno 2009 at 9:20 PM Lascia un Commento
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