Nel numero precedente Marcolino, allo scadere del suo Erasmus a Lisbona, si accingeva a rispondere ad una proposta matrimoniale da parte di un ex modello…
“Bisognerebbe che gli uomini, i quali le comprano e le uccidono, sentissero tutta la immoralità della loro azione, della loro parte di mercanti di schiave e ne provassero spavento. Bisogna salvare gli uomini”
Anton Cechov
No, risposi. Perché per quanto adori essere l’esile e cenerentolosa Pretty Woman imparruccata, oppure la tata Francesca che porta sole e amore in buie dimore, o il Piccolo Lord che elargisce sorrisi in villaggi che navigano nel fango: in realtà quello che sono, purtroppo, non lo so. Lo stupendo uomo che è stato al mio fianco in quest’avventura lusitana, capì al volo: non era amore, ma un imponente martello. E frantumammo il muro, di quella stanza senza finestre: entrò la luce. Mi scagliai in essa, libero dai miei quattro straccetti colorati, previo aver salutato il tedesco dai piedi pelosi e la sconosciuta sedia di San Gens, dentro la chiesetta di Nossa Senhora do Monte. Intagliata nel marmo, si crede che lenisca i dolori delle partorienti. E come un bebè, esco rintronato dal bagliore: sono in Italia. La malarica quotidianità padana non mi stufa, forse perché frequento i vernissage della Signorina Hilton. Con la sua bionditudine m’intenerisce, per nulla superflua nel farmi sorridere. Mi slaccia da dentro un sentimento di paternità: proteggere l’unicità della sua nivea pelle. E poi i pettegolezzi con i miei angeli (Jessica Rabbit e le gemelle Olsen): intrappolati nella rete dell’Amore, per la prima volta da essi imparo. Mentre una sciccosa mercedes mi sorpassa in una lunga tangenziale, il mio corpo, che è sempre stato solo materia, si accorge del corpo altrui: del suo vibrare alle mie scosse telluriche. E mentre m’immergo nei libri, sento urlare una mia vicina di casa: massaggiatrice brasiliana, pluriaccessoriata, presta servizi con aria condizionata. Mastico un poco il suo idioma, che sputa con lacrime: una vita brutalizzata da padri di famiglia che trallaleggiano su di lei, problemi con carte, sguardi di disprezzo, una malattia nel sangue. Questo punto focale d’intere infelicità elenca la sua lista di errori, geme, quasi annega. Io, con gli occhi chiusi rivolti a occidente la ascolto ma, mentre un telegiornale si dimentica di informare, mi coglie il sonno: è triste, senza l’abbraccio del mio ex modello. Al risveglio, con fragole e latte, mi reco a casa di quella donna urlante. Mi auguro l’inizio di un’amicizia, la vedo già lavorare come indossatrice, con il suo stacco di coscia su patinate passerelle. Come il tintinnio delle foglie color albicocca pestate dall’autunno, mi ridesto dai miei deliri. Infatti la dirimpettaia col seno a punta mi rivela: l’abbiamo cacciata. Cosi io, senza drappelli o aggeggini vari, andai per le fredde strade a cercarla…
continua…


