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	<title>Le cronache di marcolino</title>
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	<description>piccoli frammenti di un (non) pervertito alla ricerca di sé</description>
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		<title>Le cronache di marcolino</title>
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		<title>Marcolino va in paradiso</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Feb 2011 09:34:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcolino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vivo sin vivir en mí, y tan alta vida espero, que muero porque no muero (Io vivo solo quando non vivo in me e in un&#8217;altra alta vita spero, io muoio quando non muoio) S. Teresa d&#8217;Avila Non è questione di perdersi, o ritrovarsi. È solo questione di tacere. Sono nell’eterno al quale non ho [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lecronachedimarcolino.wordpress.com&amp;blog=7267645&amp;post=637&amp;subd=lecronachedimarcolino&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-638" href="http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/2011/02/19/marcolino-va-in-paradiso/marcolino-va-in-paradiso/"><img class="alignleft size-medium wp-image-638" title="marcolino va in paradiso" src="http://lecronachedimarcolino.files.wordpress.com/2011/02/marcolino-va-in-paradiso.jpg?w=300&#038;h=232" alt="" width="300" height="232" /></a><em>Vivo sin vivir en mí,</em><br />
<em> y tan alta vida espero,</em><br />
<em> que muero porque no muero</em></p>
<p>(Io vivo solo quando non vivo in me<br />
e in un&#8217;altra alta vita spero,<br />
io muoio quando non muoio)<br />
S. Teresa d&#8217;Avila</p>
<p style="text-align:justify;">Non è questione di perdersi, o ritrovarsi. È solo questione di tacere. Sono nell’eterno al quale non ho mai creduto.<br />
Immaginatevi la gioia. Per la prima volta, da quando sono e faccio Marcolino, trovo la pace. Mi sciacquo di tranquillità, perché quella solitudine angosciante, che poi è buco, che fa ruotare, scompare. Movimenti naturali che innalzano il mio spirito scoperchiato dal corpo. Stefania Orlando, decorata da sabot color carne, mi guida alla scoperta di questo mondo che non è mondo, che non si palpa, che se esiste non lo si dimostra. Lei per me è bella, perché non ne vedo la carne, non le ossa, non il trucco pesante in una trasmissione pomeridiana. Ne annuso l’essenza, come fosse una susina appesa al ramo. Il viola di cui è plasmata la fa dondolare verso l’alto. Non abbiamo corpo, non perché non vi sia corpo. Esso diviene erotica scatola contenente il più bel balsamo: un’anima che canta quando la baci. Guardiamo quel fiore, che sboccia su un’eclissi di sole. Lucifero è ancora qui, perché non vi è peccato possibile. Il senso di colpa è una costruzione culturale. Nessuna fiamma rossa. La vera condanna è starsene privi dell’oggettiva visione delle cose. Stefania Orlando, con i pinocchietti color pisello, mi canta le sue canzoni. Tra nuvolette di succoso vuoto, danziamo come pazze. Si ride. Ci sfiliamo i sabot e sventolandoli al cielo, riverberano di luce. A piedi scalzi, la  Stefy finalmente è affrancata dallo spiacevole compito al quale era destinata: condurre il lotto alle lotto. Ora è delfino d’argento, che movimenta le spiagge con balli di gruppo. Siamo morti e il paradiso è piacevolmente grigio. Prima eravamo solo un limite, la marmellata di fichi era riposta sempre troppo in alto sulla credenza. Alzavamo la manina. Per un centimetro scarso, non riuscivamo a prenderla. Stefania Orlando indossa il poncho, pronta a scalare gli anelli di saturno. Mi porge la mano, la manicure è di rosa perlato, con una mezza luna dipinta sulla punta dell’unghia. M&#8217;indica l’oltre. Non guardiamo più le stelle perché non vi sono più sogni, né aria nei polmoni, né sperimentazione di emozioni su turbinose montagne russe dipinte di rosso. Ora si prendono semplicemente decisioni, ci si alza dalla sedia, il cielo è solo panorama, il toro ha solo ovvie corna, vestiti di tuta in triacetato blu andiamo dal tabaccaio, noncuranti dello sguardo altrui. Se pensi che ti stia fissando, guarda che invece è solo strabico. Finalmente si è spenta la vita. E non perché qui non vi sia più vita. Quando smetti di essere quello che sei, divieni quello che sei davvero: un uomo.</p>
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		<title>O Zé Povinho. Il corpo è fermo</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 16:43:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcolino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="Blog1">
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<h2><span style="font-size:13px;font-weight:normal;"><a href="http://lecronachedimarcolino.files.wordpress.com/2010/12/crux.jpg"><img src="http://lecronachedimarcolino.files.wordpress.com/2010/12/crux.jpg?w=229&#038;h=320" border="0" alt="" width="229" height="320" /></a></span></h2>
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<div>Scartabellando in odorosi e  marci archivi, vivendo come solo l&#8217;uomo può vivere, arrancando con questo Corpo  che ha preso chili, si è fiondato nei fossi, trovo questa vignetta. Tratti di  matita che comprovano la Censura che imbavagliò il Portogallo durante il regime  di António de Oliveira Salazar. Quella dittatura che prese il nome di <em>Estado  Novo.</em></div>
<div>La dipinse Alonso, negli anni  &#8217;30 di quel secolo che fu definito breve, così breve che ancor oggi siamo qui a  leccarci enormi ferite dovute a bombe, bombe, bombe.</div>
<div>La dipinse per <em>Os  Ridiculos</em>, un bi-settimanale umoristico in quel di <em>Lisboa</em>. In <em>Rua  de Barroca</em> fioriva la sardonica redazione.</div>
<div>Nella figura: <em>O Zé Povinho</em> crocifisso. Capo chino, una intrecciata corona  adorna uccidendo il suo viso. <em>O Zé</em>, figura creata da Rafael Bordalo Pinheiro nel  1875 per il periodico <em>Lanterna Mágica. Povinho</em>, da <em>Povo</em>, il Popolo. E&#8217; il simbolo totemico del popolano  conformista e conformato, apatico, che  non è in grado di trascende questo incubo monotono che chiamiamo Storia. E&#8217; la  nostra vicina di casa con la vestaglia e i baffi, è il signore al bar che vi  guarda le gambe. E&#8217; senza speranza, senza voglia di modificare le cose. E&#8217;  sconforto, non è dialettico. E&#8217; la passività del popolo a cui brava il  Potere.</div>
<div>Nel <em>titulus</em><em> crucis </em>si legge l&#8217;acronimo S.P., riferito o a <em>Senhor  Povinho </em>o a <em>Sociedade Portuguesa</em>. E&#8217; in ogni modo lampante, vista  inoltre la data del timbro censorio, l&#8217;11 Abril 1933, ovvero quando entrò in  vigore la Costituzione dell&#8217;<em>Estado Novo</em>, il voler mettere in scena,  esporre su carta, la straziante sofferenza del Portogallo messo in Croce da  Salazar.</div>
<div>Ambizione sicuramente  raggiunga e resa ancor più d&#8217;impatto dalle note scritte a matita, presenti al di  sopra e al di sotto della vignetta. Visto il tono di queste, si può quasi  certamente presumere che non siano appunti aggiungi successivamente dai censori,  ma in precedenza dal vignettista stesso. Erano una sorta di annotazioni che  sarebbero state inserite, se non fosse intervenuta la Censura, all&#8217;interno della  versione pubblicata.</div>
<div>Infatti, nella parte superiore  della pagina, vi è appuntato <em>Em Quarta-feira de trevas</em>, Nel Mercoledì  delle tenebre, chiara citazione ai versi del Vangelo <em>E venuta l’ora sesta, si  fecero tenebre per tutto il paese, fino all’ora nona</em>.</div>
<div>E quel <em>Ecce Trouxa</em>,  Ecco il babbeo, rimanda le nostre menti rachitiche all&#8217;<em>Ecce Homo</em> che  Pilato disse (io me lo immagino urlare) quando mostrò Gesù Cristo flagellato ai  Giudei.</div>
<div><em>O Zé Povinho</em> icona,  metafora, scherno di un popolo fermo, col Corpo in Croce.</div>
<div>Il Re Afonso Henriques, nel  1139, vide una Croce in cielo, in quella che fu la battaglia di Ourique.  Combattimento che fece sorgere dai terreni il Portogallo come  Nazione.</div>
<div>La Croce come struttura della  Lusitania e sceglierla come perno di questa vignetta non è da leggersi come  blasfemia, ma, utilizzando questo Evento cardine per i portoghesi, Alonso<em> </em>volle scuoterli. Quelle due assi di legno che  combinate divengono martirio e dolore fungono da veicolo per una critica sagace,  feroce, ma una ferocia per spronare ad alzarsi. Per staccarsi dalla Croce, e  usare il Corpo contro il regime. Usare il Corpo per Vivere.</div>
<div>La Censura, con una matita  azzurra come il cielo, gli sbatte sopra una X.</div>
<div>No, non poteva essere  pubblicato.</div>
<div>Corpo crocifisso, chiodi ai  piedi, <em>saudade</em> nel sangue che anch&#8217;esso cola. <em>Saudade</em> che è  nostalgia del passato, che è starsene fissando l&#8217;oceano su un &#8211; come direbbe  Fernando Pessoa &#8211; <em>c</em><em>ais de pedra </em>(molo di pietra).</div>
<div>Fermo a guardare l&#8217;orizzonte,  in un mondo cucito da magnifici ricordi. Non è reale. Sei pure tu uno<em> Zé</em> passivo che passiveggia con la fantasia.</div>
<div>E&#8217; come se il tuo Corpo fosse  in Croce.</div>
</div>
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</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pubblicato anche su <a title="Thema" href="http://thema-cdfe.blogspot.com" target="_blank">Thema</a></p>
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		<item>
		<title>Non c&#8217;è Amore</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Nov 2010 19:10:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcolino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non c’è amore aldilà del fiume. Un fiume lungo, turgido, cristallino. L’acqua è trasparente, senza pietà. Le pietre sono cosi visibili, ognuna con una sua scusa da dare. I pesci sguazzano, tutti rossi, alcuni color oro, altri blu. Si confondono con le infami acque. Il giovane si tolse le scarpe e lentamente, rabbrividendo, entrò nel [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lecronachedimarcolino.wordpress.com&amp;blog=7267645&amp;post=624&amp;subd=lecronachedimarcolino&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non c’è amore aldilà del fiume.</p>
<p>Un fiume lungo, turgido, cristallino.</p>
<p>L’acqua è trasparente, senza pietà.</p>
<p>Le pietre sono cosi visibili,</p>
<p>ognuna con una sua scusa da dare.</p>
<p>I pesci sguazzano, tutti rossi,</p>
<p>alcuni color oro, altri blu.</p>
<p>Si confondono con le infami acque.</p>
<p>Il giovane si tolse le scarpe e lentamente,</p>
<p>rabbrividendo,</p>
<p>entrò nel corso d’acqua dal moto leggero.</p>
<p>Procedeva piano, meditando ad ogni passo</p>
<p>e ad ogni passo</p>
<p>si ghiacciava i piedi.</p>
<p>Posò un piede sull’erba</p>
<p>e non è questo in fondo l’amore?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>About Sabot</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Nov 2010 15:54:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcolino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Che ca*zo duro che mi viene..ma te lo immagini dopo una bella giornata di lavoro&#8230;!Come profumerà quel sabot di piede velato.Come mi infilerei nel suo ripostiglio per infilarci il ca*zo dentro!&#8220; punta_tacco su http://collantmaniaforum.forumfree.it/?t=35899231 Non se ne parla, non li si vede, sono scomparsi dal mondo. Parlo dei Sabot. Calzatura discriminata, ritenuta antiestetica, da vecchia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lecronachedimarcolino.wordpress.com&amp;blog=7267645&amp;post=614&amp;subd=lecronachedimarcolino&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/2010/11/13/614/"><img src="http://img.youtube.com/vi/-loO3k9cphU/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
<p style="text-align:right;"><em>&#8220;Che ca*zo duro che mi viene..ma te lo immagini dopo una bella giornata  di lavoro&#8230;!Come profumerà quel sabot di piede velato.Come mi infilerei  nel suo ripostiglio per infilarci il ca*zo dentro!</em>&#8220;</p>
<p style="text-align:right;">punta_tacco su http://collantmaniaforum.forumfree.it/?t=35899231</p>
<p style="text-align:justify;">Non se ne parla, non li si vede, sono scomparsi dal mondo. Parlo dei Sabot. Calzatura discriminata, ritenuta antiestetica, da vecchia provinciale che festeggia alle sagre. Sale in pista a danzare come una pazza, se li sfila e balla balla con i suoi sabot lucenti tra le mani. Lei scalza, il mondo intorno, il sabot al cielo. E&#8217; magia di ossimori: svela una parte del piede (il  tallone, ruvido e rugoso, icastico pezzo di carne a metafora della  Materia) e cela la parte più sexy, ovvero le dita, atavico ricordo del  pene di Zeus. E&#8217; pur vero, mi si potrebbe obiettare, che anche le scarpe  normali  celano le dita, ma sono solo banalmente pratiche, forgiate per   proteggere i piedini dal freddo. Non hanno vezzo di vanità. Il Sabot   invece si! E&#8217; vanesio, ma mai volgare, é una via di mezzo tra la puttana sifilitica e la pecora bianca, martire innocente delle angherie sociali.<br />
Il  dondolare dolcemente il Sabot col tallone non è altro che il sempiterno  movimento dell&#8217;essenza stessa della vita umana, in bilico tra Alto e  Basso, trascendente e immanente.  Sabot, inoltre, ha creato il termine sabotaggio: nella rivoluzione industriale i telai a vapore venivano danneggiati dai tessitori licenziati gettando nei loro ingranaggi zoccoli di legno (sabot in francese). Dunque hanno un&#8217;origine anticapitalistica, antisistema, sfidano lo stato delle cose e il giudizio altrui. Con il loro martellante e tribale toc toc dei tacchi sul suolo ci portano a riflettere che prima dell&#8217;estetica viene l&#8217;etica. L&#8217;etica di essere felici con se stessi e i propri Sabot. Con la parola Sabot si designa, inoltre, un anello di legno con funzione di adattore di un&#8217;arma.  Sabot dunque come cerchio, però non della necessità, ma  anello che plasma &#8211; e si adatta &#8211; e unisce il prossimo. Collega le varie persone, le fa relazionare anche solo per unirsi nello sfottere una portatrice di Sabot. Mi sovviene quasi il paragone del Sabot con il sacrificio di Gesù Cristo, morto in croce per Noi. Forse pure chi porta il Sabot si immola, per divenire catalizzatore delle frustrazioni altrui. E&#8217; solo una sopposizione non confermabile da prove scientifiche, ma, come disse Giovanni Reale a proposito di Platone, chi crede nello Spirito Santo crede che può soffiare dove vuole. Sabot è anche arma, non da leggersi come strumento di violenza, ma di pace, di dialogo, è martello che rompere il muro che ci divide dagli altri.  Dopo ampie ricerche siamo giunti, io e la mia equipe di ricercatori, alla conclusione, che il vero sabot non è lo zoccolo di legno, meglio definibile con il termine clog. L&#8217;archetipa idea del Sabot è una calzatura con una punta fine fine, a triangolo isoscele. E&#8217; di color carne, tacco massimo (e ripeto massimo) 5 centimetri, che sia piccolo o grande il tacco non importa. Poi, in questo mondo non perfetto, il Sabot può assumere anche altre nuances:  celeste, rosa pastello, marron, verde pisello. Sabot è anche fantasia,  flusso di vita. Ovviamente nel retro del sabot non vi deve essere nulla: la visibilità del tallone è l&#8217;unicum del Sabot. E forse questa scarpa è cosi odiata, vittima di continuo dilipendio, perché ci ricorda certe pulsioni che nascondiamo dentro di noi. Certi desideri cupi e luncenti. Ci ricorda che siamo terra e cielo, sputo e stella. Anime che pendono sul cosmo, esseri fatui che usano il  tallone come perno per il divino.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/2010/11/13/614/"><img src="http://img.youtube.com/vi/5vDj73iX0uM/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
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		<title>Marcolino va in campagna, su Luzer! #11</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Oct 2010 17:10:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[﻿«Che razza di gente! Pensano anche o strisciano solo i piedi sulla terra inutilmente?» F. Kafka, Il timoniere Vi è una lunga strada,laggiù in fondo, tra paesi come Cigole, Pralboino, Pontevico, e il più assurdo: Alfianello. Sfrecciare con l’auto dai vetri macchiati, e poi girare lungo quella rotonda, a destra campi, a sinistra campi, un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lecronachedimarcolino.wordpress.com&amp;blog=7267645&amp;post=603&amp;subd=lecronachedimarcolino&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-604" href="http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/2010/10/31/marcolino-va-in-campagna-su-luzer-11/marcolinovaincampagna/"><img class="alignleft size-medium wp-image-604" title="marcolinovaincampagna" src="http://lecronachedimarcolino.files.wordpress.com/2010/10/marcolinovaincampagna.gif?w=300&#038;h=195" alt="" width="300" height="195" /></a>﻿<span style="font-family:'Courier New', monospace;"><span style="font-size:small;">«</span></span><span style="font-family:'Courier New', monospace;"><span style="font-size:small;"><em>Che razza di gente! Pensano anche o strisciano solo i piedi sulla terra inutilmente?</em></span></span><span style="font-family:'Courier New', monospace;"><span style="font-size:small;">»</span></span></p>
<p><span style="font-family:'Courier New', monospace;"><span style="font-size:small;">F. Kafka, </span></span><span style="font-family:'Courier New', monospace;"><span style="font-size:small;"><em>Il timoniere</em></span></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#333333;"><span style="font-family:'Courier New', monospace;"><span style="font-size:small;">Vi è una lunga strada,l</span></span></span><span style="color:#333333;"><span style="font-family:'Courier New', monospace;"><span style="font-size:small;">aggiù in fondo, tra paesi come Cigole, Pralboino, Pontevico, e il più assurdo: Alfianello. Sfrecciare con l’auto dai vetri macchiati, e poi girare lungo quella rotonda, a destra campi, a sinistra campi, un casolare. I cirri oscuri nel cielo, di un grigio che sviala verso il pervinca, tratteggiato da una leggera matita. Qui, non vi è niente. Asfalto e terreni coltivati. Due secoli fa uno spaventoso rumore, traballamento del suolo, il contadino pensò che – cito la fonte &#8211; &#8220;si subissasse il creato&#8221;. Un meteorite cadde nei campi di Alfianello. </span></span></span><span style="font-family:'Courier New', monospace;font-size:small;color:#333333;">Ora solo un bar che vende gelati e tabacchi, mura incrostate. E quella torre, con l’orologio, che chiamano castello: ne è un triste residuo. Un ponte senza valore, poesia. E le acque che gli ballano sotto, un rivolo che scroscia. Mi addentro nel varco scavato nella pancia del campanile. Mistero, passo dopo passo. Muri di pietra, mattoni amaranto, violente battaglie, vi era ascesi e grandi ducati, madamigelle bionde come stelle, cavalieri che sguainavano la spada pronti a difenderle: nella corte oggi c’è una lavasecco. </span><span style="color:#333333;"><span style="font-family:'Courier New', monospace;"><span style="font-size:small;">Silenzio. Non parlare di te. Sotterra la tua anima. Paga il pizzo all’omologazione. Noia. Mentalità ristretta. Altezzosi giovani si sgolano in idiomi sconosciuti, aspettando l’autobus per la scuola. Occhi d’avorio come spugna d’oceano, adornati da ingombranti piercing. </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Courier New', monospace;"><span style="font-size:small;">Quel sole d’autunno che poco riscalda si ritaglia un piccolo spazio tra la bigia foschia, rendendo quei subumani all’orizzonte deformi.</span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Courier New', monospace;"><span style="font-size:small;"> Grottesca rappresentazione dell’intera umanità che se ne sta inchiodata al muro. Ed io che mi ergo a giudice, esploratore affascinato di questo immobile mondo, esteta della libertà, percezione ampia dell’esistente. </span></span></span><span style="color:#333333;"><span style="font-family:'Courier New', monospace;"><span style="font-size:small;">Ma lo siamo, meglio di loro? Solo perché comprendiamo il senso e l’importanza dell’</span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Courier New', monospace;"><span style="font-size:small;">apocatastasi?</span></span></span><span style="color:#333333;"><span style="font-family:'Courier New', monospace;"><span style="font-size:small;"> Eppure siamo tutti partiti da qui, da paeselli dove lo sguardo della vecchietta dallo scialle color castagna ti imbriglia nel cerchio della necessità. Eterne Joey Potter che vogliono andare al college. Stereotipi pure noi, di emancipazione radical-chic. </span></span></span><span style="font-family:'Courier New', monospace;font-size:small;color:#333333;">L’oratorio è in festa, gli indigeni riempiono le strade. Una lunga tavolata, è vera, vino rosso, pane e salame. Bambini che giocano. E’ primavera. Io in auto. Vorrei scendere, per donarvi una foto che blocchi l’essenza di questa fiaba che si chiama Alfianello. Ma io non trovo il coraggio. Immobili di fronte alla vita, scaraventati all’angolo dalla semplicità, vomitiamo alterigia, noi giovani intellettuali. Ma quando si tratta di affrontare il passato che non passa, dove queste vie erano inferno tirato a ludico, sgusciamo via, ci allontaniamo con la mia uno bianca che striscia le ruote inutilmente sulla terra. Rinchiusi pure noi dentro al cerchio, insieme al giovane di finto Gucci vestito. E quando ci chiederanno se si può uscirne, umilmente noi dovremmo rispondere: “boh”.</span></p>
<p style="text-align:center;">&nbsp;</p>
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		<title>Chiamarsi fuori &#8211; ovvero la sinossi delle Cronache di Marcolino che qui chiameremo Andrea</title>
		<link>http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/2010/10/16/chiamarsi-fuori-ovvero-la-sinossi-delle-cronache-di-marcolino-che-qui-chiameremo-andrea/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 Oct 2010 13:36:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Un interno con stelle di carta, posso inventarmi io la magia di un incontro rubato, posso inventare Ma poi…ma poi non lo so Io come farò a inventarmi te, per poterti davvero toccare [...] I tuoi occhi no, la tua bocca no io non me li posso inventare La presenza no, la tua assenza no Io [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lecronachedimarcolino.wordpress.com&amp;blog=7267645&amp;post=594&amp;subd=lecronachedimarcolino&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/2010/10/16/chiamarsi-fuori-ovvero-la-sinossi-delle-cronache-di-marcolino-che-qui-chiameremo-andrea/"><img src="http://img.youtube.com/vi/EuX_PFtT_ls/2.jpg" alt="" /></a></span>
<div style="text-align:right;">&#8220;<em>Un interno con stelle di carta, posso inventarmi io </em></div>
<div style="text-align:right;"><em>la magia di un incontro rubato, posso inventare</em></div>
<div style="text-align:right;"><em>Ma poi…ma poi non lo so</em></div>
<div style="text-align:right;"><em>Io come farò a inventarmi te, per poterti davvero toccare [...] </em></div>
<div style="text-align:right;"><em>I tuoi occhi no, la tua bocca no io non me li posso inventare</em></div>
<div style="text-align:right;"><em>La presenza no, la tua assenza no </em><em>Io non me la posso inventare</em>&#8220;</div>
<div style="text-align:right;">Ornella Vanoni, Io come farò</div>
<div style="text-align:justify;">Il  treno era partito. Lui, in fuga. Lui, senza nome, se ne stava fermo.  Lui, senza nome, si chiamava Andrea. Avrebbe continuato a mangiare  gamberetti, visto la luce della televisione, ma si chiamava fuori. Dalla  vita. Dai legami con persone crocifisse al comune pensiero. Lui così  superiore, speciale. Scrutare dentro il pulviscolo, trivellare il  sinolo, la ricerca di avventure, lui lungo lunghe nottate in profumati  giardini inchinato all’altare della parola scritta. Lui era diverso da  voi. Lui eroe solitario che sfida le leggi gravitazionali nelle latrine  di autogrill della bassa padana. Lui col suo corpo in vetrina, immagine,  col piercing e magliettine pinte di rosa.</div>
<div style="text-align:justify;">Andrea  scriveva il mito di sé stesso, evocato con inchiostro su pagine  colorate. La solitudine era la penna, le sue peripezie fantastiche, come  quella volta dove di sbieco vide un’anima. Come quell’altra dove una  Mercedes lo trascinò sulle stelle, e passando per quell’altra ancora  quando una nuvola bollita benediceva il suo sorriso, rapito da  pruriginose manie. Andrea, perverso e misterioso, sete preziose, borse  infagottate di vanità e presunzione, anti-eroe senza lettori.</div>
<div style="text-align:justify;">Andrea  scese dal treno, ma il mondo non lo abbandonava. Per sempre esisterà.  Telefoni cellulari sanguinanti canzoni assordanti. Il mercato, frutta,  pesce, verdure, bancarelle, bambini, denaro che circola. Lui arrancava  tra pensieri privi di meraviglia. Lo assordavano. E non poteva  difendersi, il suo corpo sottolineava la sua pochezza, icona traballante  di tutte le paure terrene. Era un insetto senza essere leggendario  scarafaggio, gambe, braccia, senza grasso o muscoli. Ma si sentiva pure  dio, gestendo i suoi arti in erotici movimenti.</div>
<div style="text-align:justify;">Ogni  luogo era lo stesso luogo, in città dove l’individuo è appendiabiti di  sterile plastica. Musica, luci, colori fluorescenti e lui, come noi, ci  sguazzava bene. Il capitalismo lo incantava, le foto fatte per perdere  la propria specificità di materia, con la carne che non è vera, icastico  simbolo dello stereotipato desiderio altrui. Il tuo viso non ha peso, i  tuoi occhi assumono l’espressione irreale di un manifesto  pubblicitario. Solo camminare con l’aria condizionata che ti fa  compagnia. E forse il peccato originale è solo che altri pagano per no  la felicità fatta di acqua calda. Una felicità salata, come le sue  lacrime. Cantavano esse, negli occhi.</div>
<div style="text-align:justify;">Andrea  piangeva in modo sincero perché in mezzo al gran ballo delle sue  elucubrazioni mentali era comparsa una nuova ospite. Proveniente non dal  suo cranio, ma dallo scontro tangibile con la tangenza quotidiana dal  quale era fuggito. Minuta, abitino bianco, capello mosso, riflessione  scabrosa e innocente. Avrebbe fatto crollare tutta la sua costruzione  teorica eretta su sputo e gomma americana. Lei si prese la parola:  “Infilarsi nudo in un sottoscala con uno sconosciuto si è ridotto ad  avere lo stesso valore ontologico di presentarsi al Mc donald il sabato  pomeriggio: reiterazione di una schiavitù mentale”.</div>
<div style="text-align:justify;">Lui  era sulla terra ferma. Nel profondo annegava. Scuoteva le braccine, il  mare di soppiatto nel nasino. Le onde che gocciolavano sul suo corpo.  Tentava di calmarsi, tentava di credere che sarebbe sopravvissuto. E la  pioggia che iniziò a vivere, lui che traballava, ora sott’acqua, poi  riusciva a risalire. Ora non più. Un cavallone immenso. E con quel colpo  tutto il suo passato se lo ritrovò in testa, un velo si tolse. La  solita catarsi. E quello che emergeva, mentre lui sprofondava, già lo  conosceva, ne aveva più volte scritto.</div>
<div style="text-align:justify;">No. Fermi. Questo volta è tutto diverso.</div>
<div style="text-align:justify;">Qui  si narra di un’epifania di carne. Parte dall’ospite vestita di bianco e  corre all’impazzata fin all’interno di un corpo reale. Andrea, in  queste su per giù 5000 battute, non è stato solo. Una persona se ne  stava al suo fianco. Silenziosa gli dava la mano. Non era spirito. Un  giovane uomo che se gli tocchi l’ombelico prova fastidio. Abbiamo visto  la mente di Andrea fuggire su un treno, poi mercato e mare. Un cervello  che se ne stava con l’acqua alla gola, praticando dell’onanismo sfrenato  con le sue paranoie. Della sua vita ho taciuto perché è proprio lì che  scendeva a patti col mondo.</div>
<div style="text-align:justify;">Percorrendo l’unico viaggio possibile.</div>
<div style="text-align:justify;">Forgiato  di quotidiani scontri, di grasse maniglie dove ti aggrappi e poi ti  attorcigli. Perdi brandelli di te per poi ricucirli appesi al buco sulla  pancia di quel ragazzo dall’ombelico sensibile. Andrea prima, con ali  laccate di infinito, volteggiava tre metri sopra il cielo. Ora è  finalmente planato nelle valli prive di fantasia. Finalmente niente più  stelle, albe, fiori. Solo il palpabile, di color grigio. Non è bello  come il rosa, ma c’è (il bello non esiste. Noi sì).</div>
<div style="text-align:justify;">Andrea  è uguale a noi. Ha smesso di correre attraverso buchi neri con occhi  innaffiati di sangue. Andrea non annega più. E’ meravigliosamente  inzuppato nel miracolo dell’incontro. Mano tesa verso la mano tesa  dell’altro. Un altro non a caso, un altro di cui sei riuscito a  conoscere la sua unica, intima, contorta essenza.</div>
<div style="text-align:justify;">L’altro  (quell’altro che per te ha un Nome) è uno stupido, ma solo incontrando  lui ti sei scoperto uomo. Il tuo corpo aumenta di peso. Riprendi forma.  Rompi la macchina fotografica. E tocchi il tuo uomo. Il sesso diviene  comunicazione. E si entra nella seconda navigazione.</div>
<div style="text-align:justify;">E  se vi chiedete come sia stato possibile per Andrea oltrepassare il  varco, cosa sia successe davvero, Andrea non ne scrive più. Qui non si è  digitata mai la parola amore. E’ il suo intimo segreto. Viverne. Non  scriverne. Fine.</div>
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		<title>Marcolino va al vernissage</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Sep 2010 12:12:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcolino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a rel="attachment wp-att-578" href="http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/2010/09/27/marcolino-va-al-vernissage/troncana/"><img class="alignleft size-medium wp-image-578" title="Justine Mattera" src="http://lecronachedimarcolino.files.wordpress.com/2010/09/troncana.jpg?w=300&#038;h=222" alt="" width="300" height="222" /></a> <span style="color:#000000;">Eccomi. Questo ho pensato, l’altra sera, toccando le nuvole rosa che ruotavano intorno alla Torre del Bramante, a Vigevano. Osservatele con me, attraverso le sottili inferiate di quella finestrella del castello Sforzesco, insieme alla mia amica Justine Mattera. Ci siamo spinti in quelle zone per assistere alla mostra <a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=128534813862671&amp;ref=mf" target="_blank">Rock in the Castle</a>, di Lodola, Clementi &amp; Andy, speranzosi di poter scroccare un po’ di alcol e un poco di buffet. Mai speranza fu cosi mal riposta. </span>Suddetta esposizione è stata collocata nella Strada Sotterranea del grande maniero, luogo ideale da tappezzare con opere d’arte e di luce, se non che non vi fosse un’adeguata segnaletica che indicasse, a noi forestieri, dove si trovasse codesto vernissage. Cammina cammina, con Justine Mattera dolorante dentro le sue scarpe Miu Miu comprate durante i saldi, chiediamo informazioni. E’ la notte bianca, tripudio di gente che inspiegabilmente si diverte su grandi pulman scoperti, dimenticandosi quel buco allo stomaco chiamato vita. Finalmente arriviamo, dentro un altro stomaco (quello del castello), dove venne sagomata questa strada sotterranea, retta da sassi ad arcate. E le opere, in ordine collocate, aspettavano di essere da noi osservate. Anch’esse in attesa, come tutti, di uno sguardo, di un’approvazione. Anch’esse serve della pecunia che si finge passione. E ora vorrei levarmi i miei occhiali da talpa, assumere uno sguardo intenso e, sfoggiando retorica, recensire le emanazioni tangibili degli animi sfuggenti di Lodala, Clementi e Andy. Ma tanto si può dire, il tutto e il contrario di tutto, che tutto diviene semplice opinione personale, tanto più se si tratta d’arte, di gesto estetico. La sezione aurea è lassù, ma qui, sulla terra, bisogna poi fare i conti con le imprevedibili erezioni, il mestruo, ed il mal di testa, i problemi intestinali, la vendetta, la rabbia e le vite personali. E se davvero esiste una sola idea di bello, come fiocco rosso appeso all’albero, viene spazzata via dal temporale, che poi questo temporale saremmo noi, con le nostre idiosincrasie. Siamo feccia che si profuma per il vernissage. E le fotografie di Alberto Clementi sono allora immagini, legate al muro, di personaggi famosi. Belle da apparire in quel di Vogue. A me non dissero niente. I colori di Andy, citazionismo pop. Se diventassi ricco, alla pittura dedicata a Magica Creamy preserverei uno spazio nel mio salotto. E poi, per ultimo, il meglio si lascia sempre alla fine, le installazioni di Marco Lodola. Il buffet si era già estinto, di alcool neppure l’ombra, vista la politica comunale votata al risparmio.  Nell&#8217;arte di Lodola le sozze provocazioni, le feroci critiche alla società, la rappresentazione di questo mondo corretto e mafioso, la critica kafkiana di un cerchio che non si apre, tutti bloccati: non vi è traccia. L’arte contemporanea dovrebbe smetterla di rappresentare  le cose come sono (le posso osservare da solo, regalando uno sguardo al mondo). Dovrebbe, allungando il braccio, indicarmi la via per la fuga. Vi è mai qualcuno che punti al cielo (il cielo sulla terra, non ultraterreno, ovvio) e non all&#8217;orrore?  Che doni salvezza, che dia una soluzione, non solo la rappresentazione di noi prigionieri legati a vili di capitalisti macchine? Allora, di fronte alle produzioni di Lodala, si ritorna a parlare di Luce, di metafisica, a sperare. Corpi sì senza volto, immagini statiche, automi (come disse Justine Mattera) ma (quanto amo questi ma che portano una svolta nella scrittura, che ci fanno aprire alla vita), ed questo è il magico scarto rispetto al resto, inondati di luce. Opere perfette per decorare le nostre grigie metropoli, per ricordarci che siamo nulla ma  (riecco il ma: aria fresca nell&#8217;oblio) in questo nulla, vi è un minuscolo frangente in cui è davvero possibile riverberare del chiarore dell’Essere. E’ successo, umilmente, il giorno seguente del vernissage, quando accesi la mia auto. Abbassai il freno a mano. Presi la lunga strada che si trova a destra, dopo casa mia. Accelerai, sorpassando il trattore verde. Attraversai la luce, trovai la soluzione, la liberazione. Non fu quadro o libro a darmi consiglio. Fu coraggio. L’arte è solo passatempo di misteriosa comprensione, ma ancora più indecifrabile è la vita. Nella mia poetica ha il primato perché la sola ascesi è pagare l’autostrada. Ergo, vivere, non scriverne.</p>
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		<title>Per un&#8217;estetica dell&#8217;insufficienza</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Aug 2010 08:27:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcolino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per quanto la Sacre Scritture riportino che siamo plasmati ad immagine e somiglianza di dio, si può ben ritenere che in realtà siamo imperfetti, insufficienti a noi stessi. E non solo internamente. I nostri corpi, due braccia, due gambe tese, sfuggono ad ogni armonia. Guarda quella zampa di quella tizia, è tonica, liscia, senza un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lecronachedimarcolino.wordpress.com&amp;blog=7267645&amp;post=568&amp;subd=lecronachedimarcolino&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-569" href="http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/2010/08/10/per-unestetica-dellinsufficienza/nacktewahrheit_schiele_sitzenderakt_sm/"><img class="alignleft size-medium wp-image-569" title="nacktewahrheit_schiele_sitzenderakt_sm" src="http://lecronachedimarcolino.files.wordpress.com/2010/08/nacktewahrheit_schiele_sitzenderakt_sm.jpg?w=300&#038;h=300" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Per quanto la Sacre Scritture riportino che siamo plasmati ad immagine e somiglianza di dio, si può ben ritenere che in realtà siamo imperfetti, insufficienti a noi stessi. E non solo internamente. I nostri corpi, due braccia, due gambe tese, sfuggono ad ogni armonia. Guarda quella zampa di quella tizia, è tonica, liscia, senza un pelo, poi spunta, lì dietro proprio sotto la chiappa, un mostruoso brufolo rossastro che brucia sotto il sole. Lei non è una statua. Difetti. Siamo fisici deformi che spasimano in cerca d&#8217;aria. Pensiamo a quel momento che si chiama orgasmo: lei sotto o sopra lui. L’uomo che smorfieggia, con le vene gonfie e storte del collo che pare che ora esplodano. Non vi è sezione aurea nel genere umano. Solo stonature, dissonanze, laceranti pecche. La perfezione dei coiti pornografici si accozza, infrangendosi, con quello che noi siamo: le famigerate maniglie dell’amore. <span style="font-size:13.2px;">In quest&#8217;epoca, prima non so perché non vi ero, con il lanternino si ricerca la persona perfetta, stilando un elenco di caratteristiche che lei dovrebbe possedere, altezza, età, colore capelli, carattere. Deve corrispondere all’immagine mentale che ci si è fatti di lei, dell’ideale che noi vorremmo. Desiderio che è solo stereotipo corrispondere ad immagini diffuse attraverso mezzo stampa. E questa mia critica, già più volte – ci scommetto &#8211; espressa e sentita da chi sta leggendo, non si tinge di lamentela. Le lagnanze lasciamole a paludosi esserini immobili nel loro sterco. No. Ribellati. Quel grasso che architettura il tuo addome, quel monosopracciglio in bella vista sul volto, poi l’ascella pelosa, e un paio di pantaloni che sfuggono ad ogni inquadramento ideologico: conserva tutto. Io ti amo cosi come sei. Semplicità. Qui si tratta di essere davvero alternativi al sistema, non fingendosi indie-rock di bassa levatura, tutto fieri ed impettiti esposti a schiocche foto che li rendono involucro. Tu sei il modello a cui ispirarsi. Non si è mai vista sulla terra uno come te. Totalmente al di fuori di ogni logica commerciale senza per questo alzare il dito contro chi, come chi sta ora digitando queste parole su una tastiera, si compra Vogue anelando a pochette Prada. Sei fuori dagli schemi non per partito preso, ma per essenza. Ecco perché della tua diversità non ne fai bandiera. E il tuo corpo è cosi sensuale. La gravità terrestre spinge verso di te, quelle gambotte leccabili, dei piedi odorabili. Quel sederone con macchioline, brufolini goffi. Attrae nel suo essere miserabile e misero, come un quadro di Schiele. </span><span style="font-size:13.2px;">I suoi ritratti – ma questo già lo sapete tutti &#8211; come espressione di una sessualità lacerante, provocatoria e perversa. I tratti del suo stile tagliati e taglienti, con masse corporei scheletriche che si contorcono, soffrono, urlano. Sono solitari anche quando disegnati in coppia, rappresentazione parossistica di quello che un corpo umano è. Ma poi, se penso alla materia di cui sei composto, non posso che capovolgere l’estetica di Schiele in un’estetica dell’insufficienza sì, ma come fonte di gioia, dove l’imperfezione diventa bellezza. Dove la fastidiosa disarmonia di un braccio più lungo dell’altro è il paradiso. Un paradiso che non sboccia a priori, perché quel spastico corpo, che nei quadri dell’artista viennese è privo d&#8217;umano desiderio, assume valore solo quando hai conosciuto in profondo, perdonatevi il banalismo televisivo contenente il vero, il cuore del il proprietario di suddetta scorza. E la pelle di cui è cucito, quella cosa che lo porta in giro, diviene per te tempo e accederci non è più un diritto di emancipazione sessuale, ma un privilegio divino.   E compreso questo, il sesso smette di essere vanitoso onanismo autocelebrativo, una cartina di tornasole per le proprie capacità sessuali che dovrebbe compensare un’inettitudine fatta di vuoto, al di fuori dei centimetri del pene. Il sesso, colto quello di cui sopra, s&#8217;intaglia in mistero, in lacrime che vengono sputate dagli occhi, in creazione di vita.  E i froci, sento chiedere laggiù in fondo, che non possono avere figli praticando sesso tra di loro? E io, in questa conferenza immaginaria, rispondo che questo è il grande segreto del genere umano: due carni vive che diventano fiammeggiante destino, si fondono in uno e, imbandendo il tavolo dell’esistenza, non creando nulla si danno la vita a vicenda.</span></p>
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		<title>Luce</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 15:36:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcolino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a rel="attachment wp-att-563" href="http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/2010/07/31/luce/lodolandia_costellazione_a_1/"><img class="alignleft size-medium wp-image-563" title="Lodolandia_costellazione_a_1" src="http://lecronachedimarcolino.files.wordpress.com/2010/07/lodolandia_costellazione_a_1.jpg?w=225&#038;h=300" alt="" width="225" height="300" /></a> Ed esiste un cambiamento? E’ davvero possibile oltrepassare la <em>maglia della rete</em> (Montale), entrare nel <em>noumeno</em> (Kant) compiere la <em>seconda navigazione </em>(Platone), e divenire <em>liberi liberi</em> (Lorella cuccarini)?  Mangiare via quella nebbia oscura sul viso, che non ci permette di vedere, ci impedisce di comprendere il vero, toccare, respirare la vita. E se questo avviene, dopo com’è che si vive? Dopo aver passato anni celati nell’ombra, corso in città straniere, foreste, e solitudine. E provando invidia per tutta quella serie di infiniti esseri umani le cui sfrenate passioni, i divertimenti perversi venivano vissuti insieme, in gruppo: lo si chiama branco. Tu no, tu eri solo, con colate di liquido giallastro che lacrimavano dalle pareti. Solo. Era quello che credevi di essere. Anima sbattuta in un mondo che non si sbatteva per te. E poi, il miracolo. Qui se ne già parlato. E tutto cambia. Vedi. Anzi, ti vedi. Ma ritorna la domanda posta poche righe sopra, com’è vivere dopo tutto quello che si è vissuto? Cosa resta da provare, dopo quello che si è toccato, fin all’estremo divorato?  Realmente, cosa potrà mai accedere ora, che si sono abbandonate quelle tumultuose vie, e intrapreso la retta via che non fu smarrita ma solo scovata. Si vive bene, ora. Si assapora una libertà scevra di corpi, di notti, di sangue. E’ libertà di dire di no, di godersi l’Uomo, il rapporto, il dopo, il quotidiano. Si respirano boccate di luce. Non vi è nessun peso. Ora si è capito. Perché tutto quel vuoto intorno ed interno ne è valsa la pena superarlo da solo perché senza amicizie e privi dell’alito di animali umani nei pareggi, si riusciva ad abbracciare la crosta del mondo; si aveva il terzo occhio, sopravvivendo a quelle perversioni abbellite da inflazionata anarchia. Loro no, quei giovani le cui urla di giubilo corrodevano il mio fegato, un ammasso inferme di crocchi, vorrei direi privi di personalità, ma non è quello che gli manca. È il dialogo con la loro stessa personalità ad essergli refuso. Ecco, a loro di quella trasgressione gli rimase in tasca solo vomito. Nella solitudine, invece, si varcò la luce. Ma, e ora concludo, questa pace è sospetta di essere solo apatia.</p>
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		<title>Le cronache di Marcolino X su Luzer!</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 09:34:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcolino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei numeri precedenti Marcolino, dopo averla cercata per le strade del mondo, fuggiva in auto con Amalia, salvandola dalla grinfie di malefici papponi…</p>
<p>Caro Marco,</p>
<p style="text-align:justify;"><a rel="attachment wp-att-557" href="http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/2010/07/11/le-cronache-di-marcolino-x-su-luzer/cronache10/"><img class="alignleft size-medium wp-image-557" title="cronache10" src="http://lecronachedimarcolino.files.wordpress.com/2010/07/cronache10.jpg?w=300&#038;h=300" alt="" width="300" height="300" /></a>siamo arrivati alla fine di questa storia. Iniziata nella bassa padana, passando per una Berlino che non necessita di perdizione, poi una festa con ricca gente. Arrivi tu e mi salvi. La fuga attraverso deserti di colore ecru. Ed infine eccoci qui, in uno sterile ospedale. Io cucita al letto, un abominio che si prende malattie veneree. Siamo alle battute finali di un mostro dai seni di plastica, sbattuto come fetta di prosciutto su un piatto. E sto per morire. Tu hai reso tutto un poco più bello. Tu che sei vanitoso, egoista, la persona più piena d’odio che io conosca. C’eri sempre con me, mentre bianca dal terrore aspettavo le analisi del sangue. Tu che non hai mai smesso di essere un rompicoglioni e rompendomi le palle, che da transessuale il quale sono possiedo ancora, mi hai reso una persona migliore. Perché è proprio in quei momenti che io mi sono scoperta umana, non solo corpo, ma gambe, braccia, respiro, dialogo. Tu che mi vedi, non con passione, ma con il filo del pensiero razionale teso non tre metri sopra il cielo, ma su un terrazzo decorato dalla semplicità. Come a Barcellona, un granchio a sette euro, la polpa color perla valeva più di mille avventure in oscure foreste. Hai rinunciato a raccontare di noi con precisi dettagli e a queste pagine colorate hai lasciato l’umile compito di evocare al lettore quel grande mistero sempre disatteso dalla tua scrittura: la strada verso l’Altro. Oggi, mentre tu cerchi per me legni pregiati, il mio corpo perde la sua energia. Morire c’è d’aspettarselo se vivi appesa a nudi corpi di sconosciuti. Ma non ho paura. Tra le non forme sguazzo a meraviglia. Non esisto più, sono sempre io e pure quello che intorno sfioro. Mi vedo dentro e sorrido. Io che fui viva finalmente mi spengo di luce. Grazie a te. Ma ringraziarti non ha senso. Proviamo schifo per le frasi banali perché portano a svilire il loro essere contenitori del vero, che abbiam scoperto facendo faticose salite, a volte girando in tondo su noi stessi, passando per Lisbona e in albe bollite in fiori d’arancio. Lo so che stai pensando a quanto sono stronza a raccontarti della mia ritrovata pace, mentre tu mi osservi spenta e fredda sopra un lettino. Ma è questo il punto essenziale tra me e te: non aver mai nascosto nulla, l’aver vissuto di sincerità. L’amore non esiste. Abbiamo avuto di meglio noi, proprio perché c’eravamo solo noi. Io il tuo Raimondo che legge la gazzetta. Tu la mia Sandra che sbuffa e si agita sotto il piumone…</p>
<p>Questo leggevo su un foglio di carta, mentre Amalia veniva portata in obitorio. Lei morta. Marcolino pure.</p>
<p style="text-align:center;">FINE</p>
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:left;">Si ringrazia<a href="http://www.facebook.com/#!/profile.php?id=1343181196&amp;ref=ts" target="_blank"> Federico Urietti</a> per le illustrazioni</p>
<br /> Tagged: <a href='http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/tag/2anno/'>2anno</a>, <a href='http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/tag/brasiliana-pluriaccessoriata/'>brasiliana pluriaccessoriata</a>, <a href='http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/tag/crescere/'>crescere</a>, <a href='http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/tag/fine/'>fine</a>, <a href='http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/tag/lisboa/'>lisboa</a>, <a href='http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/tag/luzer10/'>Luzer!#10</a>, <a href='http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/tag/malattia/'>malattia</a>, <a href='http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/tag/recensione/'>recensione</a>, <a href='http://lecronachedimarcolino.wordpress.com/tag/rivoluzione/'>rivoluzione</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/lecronachedimarcolino.wordpress.com/556/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lecronachedimarcolino.wordpress.com&amp;blog=7267645&amp;post=556&amp;subd=lecronachedimarcolino&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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